Tor Sapienza, dal sentire al risentire


Pubblicato il 16 nov 2014

da il manifesto

Sor­pren­dersi per l’animosità pri­mi­tiva che infiamma le strade di Tor Sapienza, è pate­tico. Non sap­piamo che Roma s’è impo­ve­rita sen­si­bil­mente? Non sap­piamo che si sono persi decine di migliaia di posti di lavoro, che i ragazzi e le ragazze non hanno un futuro, se non pre­ca­ris­simo o schia­viz­zato, che i red­diti s’incrinano fino a estin­guersi. E non sap­piamo che il carico fiscale impatta fino allo stremo, che le tariffe aumen­tano a raf­fica, che i ser­vizi pub­blici ormai si pagano tutti? Si pensa forse che l’immiserita con­di­zione mate­riale di tanta gente sia inin­fluente, nell’accendere que­sti lampi di bru­ta­lità, di fero­cia sociale, in que­sti scon­tri tra ultimi e ulti­mis­simi, con l’aggiunta di qual­che penultimo?

A Roma si può anche vivere nell’indifferenza, ci si può distan­ziare dai biso­gni, dalle asprezze e dai furori: la città è grande, e in qual­che angolo è pos­si­bile tro­vare un rifu­gio per la pro­pria igna­via o per la pro­pria agia­tezza. Ma è impos­si­bile igno­rare che si viva male, che le cose non fun­zio­nino, che quasi ovun­que ci sia un pro­blema, un attrito, un disa­gio, un’angustia: un diritto negato, un desi­de­rio fru­stato, un sor­riso man­cato. Sem­mai è l’intensità di tutto ciò, la den­sità con cui si stra­ti­fica, che fa la dif­fe­renza. Nelle peri­fe­rie suc­cede esat­ta­mente que­sto: disfun­zioni e degrado, pri­va­zioni e soli­tu­dini si som­mano, si mol­ti­pli­cano fino a diven­tare inso­ste­ni­bili, insopportabili.

E da lì in poi, è faci­lis­simo pas­sare dal sen­tire al risen­tire. Soprat­tutto se insieme ad altri, ai molti che rie­cheg­giano la stessa pena, la stessa col­lera. Sguai­nare i pugni, roteare bastoni, maneg­giare col­telli, tirare molo­tov sono solo l’inevitabile ter­mi­nale di una tra­iet­to­ria infet­tata dal males­sere e dal ran­core. Una tra­iet­to­ria che pre­ci­pita su un falso scopo, su un obiet­tivo malin­teso ma a por­tata di mano, forse l’unico dispo­ni­bile a subire tanta rab­bia, il più indi­feso. Colui che nell’immaginario incru­de­lito viene a pren­derci il lavoro, a rubarci quel poco che abbiamo, viene a darci fasti­dio con i suoi fuo­chi nau­sea­bondi, con il suo ele­mo­si­nare, con le sue irri­tanti movenze, con le sue bot­te­gucce miste­riose, con i suoi strani cibi, con la sua musica stridente.

Cac­ciare pro­fu­ghi e fug­gi­tivi da un cen­tro d’accoglienza è solo un gesto di cru­deltà, così come accol­tel­lare un com­mer­ciante asia­tico, o assa­lire in branco un pove­ro­cri­sto che vive in strada. Cana­gliate che nulla cam­biano in que­sto sce­na­rio deso­lato della peri­fe­ria romana. È solo un frutto ina­ci­dito da dare in pasto al raz­zi­smo mili­tante, che pro­prio ieri, impet­tito e bie­ca­mente ria­ni­mato, è sfi­lato in cor­teo per le strade della città. Ma è anche uno squillo poli­tico che rischia di rim­bom­bare ed estendersi.

E per spe­gnerlo c’è biso­gno che la poli­tica torni a svol­gere la sua fun­zione, anche peda­go­gica, anche ideale: che l’amministrazione comu­nale, per esem­pio, torni a inve­stire sulle peri­fe­rie. Finan­ziando la manu­ten­zione urbana e la pro­get­ta­zione sociale, esten­dendo tutele e soste­gni, favo­rendo le atti­vità pro­dut­tive, incre­men­tando i ser­vizi pri­mari, tra­sporti, rifiuti, atti­vando poli­ti­che cul­tu­rali, pro­muo­vendo l’incontro, le rela­zioni, la cooperazione.

È così che si con­tra­sta il degrado umano e mate­riale in quelle terre aride e sper­dute, in quell’anonimato metro­po­li­tano che cir­conda Roma e che, pian piano, rischia di inghiot­tirla. Prima che diventi troppo tardi, il sin­daco Marino dovrebbe capire che gover­nare Roma è soprat­tutto pren­dersi cura della sua parte più dolente. E non solo costretto dagli eventi, pro­met­tendo qual­co­sina cam­mi­nando sulle ceneri fumanti di Tor Sapienza.

SANDRO MEDICI

da il manifesto

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