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Un commento su “Ricostruire il Partito Comunista

  • Autoconvocati per l'opposizione

    AUTOCONVOCATI PER L’OPPOSIZIONE
    http://autoconvocatiperl’opposizione.com
    In esito alla riunione svoltasi a Savona il 5 Dicembre 2014 e sulla base delle argomentazioni sostenute nel documento che segue si è costituito il primo nucleo degli “Autoconvocati per l’opposizione, un movimento per un soggetto politico d’alternativa e comunista”.
    Nei prossimi giorni saranno approntate tutte le necessarie forme di presenza e di comunicazione politica, allo scopo di assumere i contatti necessari per realizzare un momento di dibattito a livello nazionale.
    Sarà elaborato un manifesto d’analisi e di intenti.
    E’ già stato programmato il primo appuntamento che si svolgerà domenica 18 Gennaio 2015 a Milano
    TESTO DEL DOCUMENTO CONTENENTE LA PROPOSTA DI COSTITUZIONE DEGLI “AUTOCONVOCATI PER L’OPPOSIZIONE”
    Nel corso di questi mesi abbiamo sostenuto la necessità di costruire un soggetto politico fondato sulla rappresentanza della nuova identità di classe che emerge dalle condizioni di gestione del ciclo capitalistico imposte da una nuova oligarchia economica e politica costruita in Italia e in Europa.
    Abbiamo portato avanti questa ipotesi di nuova soggettività all’interno di Ross@ ma ci siamo accorti dell’impossibilità di operare produttivamente in quel contesto per un motivo di fondo: nella sinistra italiana all’interno della quale ci troviamo giocoforza costretti ad agire prevalgono ormai nella stragrande maggioranza delle donne e degli uomini che sono rimasti a militarvi le incrostazioni e le tossine accumulate negli anni dall’introietizzazione del gigantesco processo di rivoluzione passiva verificatosi almeno negli ultimi 30 anni oltre al pauroso arretramento culturale registratosi da un lato dall’abbandono degli strumenti di studio politico collettivo e secondo dell’affermarsi di un ceto intellettuale separato sul quale ha avuto grande influsso da un lato una scuola filosofica che definirei comunque destrutturalista (da Derrida a Negri, tanto per intenderci) e dall’altro una scuola economica comunque anti-marxista e ve ne sono tracce anche negli interventi di compagni che si occupano di questa materia e che non possono essere certo definiti marxisti se non a parole. Manca insomma il rigore teorico su entrambi i versanti delle discipline che dovrebbero rappresentare i riferimenti e le fonti primarie dell’elaborazione politica di una possibile sinistra comunista
    Sul piano internazionale, finite le infatuazioni movimentiste e globaliste dell’altro mondo possibile( molto meno della socialdemocrazia classica, anzi non sono molto meno ma anche molto più pericolose: è stato più coerente il distacco dal marxismo di Bad Godesberg rispetto ai deliri bertinottiani) proprio la qualità degli scontri in atto ci dice che la sola parola d’ordine possibile è “socialismo o barbarie”, che non ci sono vie di mezzo e che quella da percorrere è quella dell’internazionalismo. Tutto il ragionamento sull’Europa che si sta portando avanti, nel controsemestre ad esempio, esula da questo nodo e si occupa, in una qualche misura, di elaborare una sorta di NEP (penso all’euro del Nord e a quello del Sud) senza avere una minima idea di star dentro ad un’ipotesi rivoluzionaria;
    Sul piano interno si sta filando a tutto vapore verso il fascismo, prima di tutto sul piano culturale che politico, praticamente senza colpo ferire. In questo caso siamo di fronte ad un gigantesco ritardo d’analisi anche e soprattutto sul piano sindacale perché lì, nel mondo del lavoro, il fascismo è già operante mentre si sta programmando di trasferirlo sul piano più propriamente politico e istituzionale (lì grazie a Napolitano ci siamo praticamente già).
    Insomma la situazione è questa e nessuno, quasi nessuno, la riconosce e ci si limita ai soli giochi di bottega. Abbiamo di fronte esempi non di ritardi d’analisi ma della piccineria taccagna che alberga nella sinistra italiana dal momento della dismissione delle prospettive di fondo della trasformazione radicale della società.

    La gestione capitalistica del ciclo sta realizzando inedite condizioni di sfruttamento e di stretta autoritaria. A fronte di un fortissimo processo di passivizzazione sociale e di omologazione politica stanno comunque cercando di esprimersi, da qualche tempo, insorgenze sociali a diversi livelli, nel mondo del lavoro e più in generale nella società.
    La risposta del potere costituto appare sempre più collocata sul versante della repressione.
    Si sono verificati così alcuni fatti di grande importanza proprio sul piano politico:
    1) Una profonda divisione all’interno della struttura sociale del Paese, dovuta essenzialmente a una recrudescenza – mai verificatasi almeno dalla seconda metà del’900- del peso della contraddizione di classe. Una recrudescenza non riconosciuta, però, a livello sociale proprio per via del ruolo assunto dagli strumenti a disposizione della sovrastruttura. Un mancato riconoscimento che ha provocato divisioni sia a livello sociale, sia politico al punto da far sì che le insorgenze e i conflitti sociali in atto possano essere facilmente permeati da domande ribellistiche e di tipo neo-corporativo;
    2) Si è verificata la saldatura di un blocco reazionario nella gestione del ciclo capitalistico e della relativa fase politica. Un blocco reazionario formato essenzialmente da tre componenti: a) i livelli di potere reale collocati nella dimensione della Comunità Europea; b) il secco spostamento della parte più rilevante degli industriali italiani attorno al “modello Marchionne” che ha aperto una stagione di vera e propria repressione all’interno dei più importanti settori produttivi; c) l’assunzione, a livello di governo politico, del tema della governabilità in senso autoritario, esemplificabile nell’obiettivo presidenzialista. In questo modo il governo sta puntando su tre obiettivi: l’azzeramento dei corpi intermedi; l’annullamento dei consessi elettivi; la repressione immediata di qualsiasi dimostrazione di dissenso a livello di massa. Quella che fu la cosiddetta “media borghesia” del resto, toccata nel suo “status” di consumatore competitivo è pronta ad aderire come supporto a questo blocco reazionario nel senso di quello che tradizionalmente è stato definito come “ventre molle”;
    3) Questi elementi hanno determinato lo “sfinimento” della società e, come conseguenza diretta, le pericolose divisioni cui si accennava all’inizio. Sarebbe lungo l’elenco degli errori commessi da partiti e sindacati e su questo punto ci si è già esercitati più volte. Basterà dire, a questo proposito e a corollario dell’intera analisi fin qui sviluppata che ci troviamo nella necessità assoluta (e anch’essa non riconosciuta neppure a livello d’avanguardia) di proporre assieme una nuova soggettività politica dell’opposizione per l’alternativa e una nuova strutturazione sindacale nel senso del recupero della confederalità e dell’identità di classe. L’astensionismo elettorale è soltanto un segnale sul quale riflettere nel momento in cui si riflette sul tema – tutto da riprendere- della rappresentanza politica del conflitto sociale oggi e della prospettiva di trasformazione radicale della società.
    In sostanza questi tre fattori, della complessità delle fratture sociali, politiche, generazionali, territoriali del Paese; del formarsi di un vero e proprio “blocco reazionario”; dello “sfinimento” della società e dell’assenza di corpi politici in grado di svolgere le funzioni di sintesi e di riferimento costituiscono la base per la quale si può ben ritenere legittimo definire la situazione italiana come disponibile all’avventura del regime autoritario.
    Sono queste le ragioni per le quali serve subito una nuova soggettività politica organizzata dei comunisti, superando il possibile divario iniziale dei punti di partenza derivanti dall’appartenenza a diverse tendenze, non concedendo nulla a formule ormai obsolete del tipo “intergruppi” di antica memoria, aprendo le porte da subito ai soggetti esclusi e indicando, senza reticenze e/o mezzi termini, l’obiettivo di costruire una struttura compiutamente organizzata sul piano politico, un partito, nel quale far confluire il massimo possibile di quanto già organizzato, ma soprattutto di non organizzato ma presente nelle lotte e nella ricerca politica esistente in Italia.
    Deve essere intesa, attraverso un preciso processo di aggregazione per fasi successive partendo dalla proposta di costituire un “movimento per la costruzione di un soggetto politico organizzato comunista, anticapitalista, di opposizione per l’alternativa”.
    Si tratta di non adagiarsi su modelli pre-costituiti, di non limitarci ad assemblaggi non definiti di stampo populista, di non nasconderci dietro a idee perdenti riguardanti un’impossibilità dell’organizzazione derivante dall’introiezione insuperabile della sindrome derivante dalle sconfitte precedenti.
    La qualità dello scontro in atto è tale per cui non è più possibile concederci di questi lussi.
    Per ottenere un risultato sufficiente a far sì che si possa affermare, fin dal breve periodo, di poter disporre di una massa critica sufficiente a proseguire nell’impresa occorre battere vie inedite nella proposta di avvio del confronto e della relativa aggregazione.
    Sotto quest’aspetto è necessario definire un percorso di tipo anti-leaderistico (il tema della ricostruzione di un gruppo dirigente inteso in senso lato è forse quello più urgente da affrontare) e quindi effettivamente democratico perché imperniato su proposte e comportamenti coerenti posti in grado di superare le barriere appena denunciate.
    In questo senso si può pensare di applicare, nel metodo e nel merito dell’iniziativa politica, la pratica dell’autoconvocazione in una forma inedita rispetto alla storia di questo modello d’intervento politico: non più, cioè, come punto d’insorgenza all’interno di strutture già date (com’è avvenuto in passato in partiti e sindacati) ma come elemento di tipo più propriamente organizzativo nel processo di costruzione di un nuovo soggetto.
    Quel nuovo soggetto che serve adesso come strumento indispensabile della lotta sociale e politica in corso.
    L’autoconvocazione deve nascere come controtendenza rispetto a questa fase di omologazione nei comportamenti.
    Attraverso questo metodo può essere possibile l’espressione di un’assunzione diretta di responsabilità, un primo livello di comunicazione orizzontale attuata in tempo reale (anche attraverso l’utilizzo della tecnologia), l’affermazione di una trasversalità non trasformistica per superare i confini delle residue appartenenze organizzative, l’intreccio tra teoria e prassi nell’adozione delle indispensabili misure di carattere organizzativo.
    Si tratta, prima di tutto, di riaffermare alcune grandi coordinate strategiche nell’idea di recuperare il perduto respiro ideale, culturale, politico: il rapporto tra la teoria e la prassi; l’intreccio tra la politica e la cultura; la relazione tra ideologia e razionalità politica; il peso del filtro della concezione di classe nell’agire politico.
    L’autoconvocazione deve essere rivolta, in conclusione, a produrre un’azione diretta di discussione politica attraverso la quale, dopo aver espresso con grande chiarezza l’obiettivo comune, possano assumersi le possibili forme di successivo sviluppo dell’iniziativa.
    Sulla base dei contenuti di questo documento proponiamo la trasformazione del gruppo di “Ross@ Savona” in “Autoconvocati per l’opposizione” – movimento per un soggetto politico comunista e d’alternativa.