RENZI E LO SPOT SULL’USCITA DALLA CRISI


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di Roberta Fantozzi, responsabile nazionale Economia e Lavoro Prc-Se 

“La flessibilità nel contratto a termine, sia per l’acausalità che per la possibilità di articolare i periodi del contratto, coincide con le esigenze delle imprese di ogni ordine e grado”, parola di Maurizio Sacconi che plaude Renzi per avere esteso l’acausalità del contratto a termine da uno a tre anni, anche attraverso proroghe continue di contratti dalla durata limitatissima. Si potrà ad esempio prorogare per 36 volte un contratto di un mese e al termine dei tre anni sostituire il lavoratore con un nuovo assunto sempre a termine. Un altro giro di giostra per lavoratori “usa e getta”.

Al plauso sul contratto a termine si aggiunge quello sulla “semplificazione” dell’apprendistato. Il datore di lavoro in sostanza potrà assumere nuovi apprendisti beneficiando dei fortissimi vantaggi retributivi e contributivi, senza avere l’obbligo di stabilizzare neppure in parte i vecchi apprendisti, come era sinora almeno nella misura del 30%.

Alla “flexy” non si aggiunge peraltro la “security”. Il riordino degli ammortizzatori sociali infatti promette un’estensione dell’Aspi alle collaborazioni, che secondo le anticipazioni dei giorni scorsi coprirebbe circa trecento mila collaborazioni per non più di 6 mesi mentre per quel che riguarda ipotesi di altre forme di sostegno al reddito si dovrà “valutare la possibilità che, dopo l’ASpI, possa essere riconosciuta un’ulteriore prestazione in favore di soggetti con indicatore ISEE particolarmente ridotto”.

L’esito della definitiva precarizzazione dei contratti, che è ad oggi il solo provvedimento insieme a quelli sulla casa, su cui Renzi ha dichiarato di intervenire per decreto, non farà altro che accelerare il processo di sostituzione tra ciò che resta del lavoro stabile con lavoro precario e povero, senza che la precarietà venga contrastata neppure dall’introduzione di una qualche forma significativa di reddito minimo.

Ma qual è il segno complessivo dei provvedimenti annunciati da Renzi?

L’intervento sull’Irpef – se sarà confermato – rappresenta il riconoscimento tardivo ma di un qualche impatto dell’avvitamento della crisi per la compressione dei consumi interni, per salari tra i più bassi d’Europa, per il crollo della capacità di consumo delle famiglie. L’innalzamento della tassazione sulle rendite finanziarie a livello europee – se sarà fatta- è un provvedimento corretto anche se la destinazione delle risorse alla riduzione neppure selettiva dell’Irap, continua ad identificare l’origine dei problemi della nostra struttura produttiva nel fisco, senza fare i conti con il fatto che – come per i salari – anche il costo complessivo del lavoro in Italia è tra i più bassi d’Europa.

Ma l’intervento annunciato non risolverà la crisi del paese, diversamente dal mega spot di Renzi, per un paio di buone ragioni. La prima è relativa agli altri provvedimenti in corso d’opera, la seconda alla logica complessiva dell’intervento proposto.

Sul primo versante vale la pena di ricordare non solo l’entità delle politiche restrittive deliberate nel corso degli ultimi anni i cui effetti continuano a dispiegarsi, non certo compensate dall’intervento attuale, ma i provvedimenti che hanno appena iniziato ad essere realizzati in omaggio al rispetto dei vincoli del Fiscal Compact. Gli oltre 30 miliardi previsti per le privatizzazioni dal governo Letta nel Def e quelli sulla spending review di Cottarelli con i 35 miliardi di tagli al 2016, decisamente non realizzabili solo riducendo le autoblu, sono provvedimenti che annunciano entrambi un’ulteriore riduzione del perimetro pubblico. Nel primo caso facendo cassa su quel che resta dell’apparato produttivo pubblico anche in quei settori, dai trasporti all’energia, che sarebbero decisivi per un rilancio e una riconversione del sistema produttivo, nel secondo, se le poste restano quelle, con un ulteriore affondo su servizi e lavoro pubblico, già massacrati in questi anni.

L’intervento annunciato da Renzi oltre alla precarizzazione integrale dei rapporti di lavoro ha peraltro due fortissimi aspetti negativi.

Il primo riguarda le stesse politiche fiscali. Che nella situazione attuale non si ragioni neppure di un’imposta patrimoniale è inaccettabile. Ricordiamo che secondo gli stessi dati della Banca d’Italia, la disuguaglianza nel nostro paese, cresciuta durante la crisi, ha raggiunto livelli insostenibili: i dati disaggregati mostrano che l’1% ricchissimo delle famiglie (poco più di 240.000 unità familiari ) da solo detiene il 15% della ricchezza per un valore pari a 1292 miliardi di euro, mentre il 50% delle famiglie più povere cioè 12milioni e 230.000 famiglie non ne detiene che il 9,4% per un valore pari a 810 miliardi. Detto in altri termini, poco più di 600.000 persone possiedono un patrimonio pari ad una volta e mezzo quello di 31 milioni di persone.

Una patrimoniale progressiva a partire dai 700.000 euro potrebbe generare un gettito tra i 30 e i 35 miliardi, cioè molte risorse in più di Imu e Tasi, ma diversamente da queste colpendo solo il 10% più ricco della popolazione e segnatamente il 5% dei ricchissimi.

Si regalano invece nuove risorse alla proprietà immobiliare attraverso l’abbattimento della cedolare secca che avrebbe un senso se i benefici per il canone concordato andassero insieme all’eliminazione dei privilegi per chi affitta a canone libero.

Né è accettabile che dai benefici fiscali vengano esclusi i pensionati in essere, in un paese in cui 7 milioni e mezzo di persone ricevono pensioni inferiori ai 1000 euro mensili.

Ma soprattutto quello che non c’è nei provvedimenti annunciati da Renzi è un piano per creare lavoro. Lo sblocco di risorse (già stanziate) per scuola e dissesto idrogeologico, potrà avere un qualche impatto ma sarà del tutto insufficiente in un paese in cui i disoccupati sono 3,3 milioni e quasi altrettanto sono coloro che un lavoro lo vorrebbero ma neppure lo cercano perché lo ritengono un miraggio. Non si scappa dalla necessità di un intervento pubblico che crei lavoro con investimenti significativi, che metta in campo politiche industriali che rimedino ai veri problemi dell’apparato produttivo del paese, che attivi direttamente posti di lavoro piuttosto che continuare a ridurli.

Un limitato intervento redistributivo mentre si generalizza la precarietà e si continua a privatizzare: è questo il succo dello spot di Renzi.

Per questo rilanciamo il Piano per il Lavoro, e i nodi fondamentali su cui si articola: investimenti pubblici e assunzioni dirette, riduzioni d’orario, salario e reddito minimi.