Odg Cpn sul governo Renzi


Pubblicato il 17 mar 2014

Il CPN del PRC del 14 e 15 marzo in relazione alla formazione del governo Renzi e ai primi provvedimenti assunti o annunciati:

1) denuncia il processo di ulteriore e gravissima involuzione neoautoritaria insita nell’Italicum. La legge elettorale concordata da Renzi e Berlusconi, è in realtà uno sbarramento alla democrazia perché nega il principio di rappresentanza democratica.

In continuità col porcellum, già bocciato dalla Corte costituzionale, ha evidenti profili di incostituzionalità, un altissimo premio di maggioranza, soglie di sbarramento per chi non si allea con Renzi o Berlusconi (dall’ 8% al 12%) che espellono dalla rappresentanza dodici milioni di elettori, nessuna norma in favore della democrazia di genere.

L’Italicum porta a compimento il processo di distruzione della democrazia rappresentativa e della repubblica parlamentare iniziato negli anni ’90. C’è un profondo intreccio fra i caratteri antidemocratici dell’Italicum e la volontà di espellere dai luoghi della rappresentanza chi sta dalla parte delle classi popolari ed esprime il dissenso dalle politiche neoliberiste della Troika, sostenute in Italia dalla grande coalizione tra centrodestra e centrosinistra.

Il medesimo carattere neoautoritario è rintracciabile nella volontà espressa a più riprese dal Renzi di negare legittimità alle organizzazioni sociali, a partire dalle organizzazioni sindacali, ed in generale di sostituire i meccanismi populisti e plebiscitari al ruolo dei soggetti collettivi organizzati. In questa logica neoautoritaria vanno letti tanto i tentativi di ripristinare la legge Fini-Giovanardi, per quanto chiaramente bocciata dalla Corte Costituzionale, quanto il divieto per coloro che occupano immobili di chiedere la residenza e di allacciarsi ai pubblici servizi, con l’obiettivo di colpire i movimenti e le lotte per la casa.

 

2) I provvedimenti annunciati sul terreno economico costituiscono un insieme in cui accanto ad interventi dal carattere limitatamente redistributivo, si opera per la definitiva precarizzazione dei rapporti di lavoro mentre proseguono le politiche di privatizzazione e di taglio dei servizi.

Riteniamo gravissima l’estensione dell’acausalità del contratto a termine a tre anni. Si potrà prorogare più volte un contratto dalla durata brevissima e al termine dei tre anni sostituire il lavoratore con un nuovo assunto sempre a termine. Come è grave l’intervento sull’apprendistato, attraverso il quale si sancisce per il datore di lavoro la possibilità di assumere nuovi apprendisti beneficiando dei fortissimi vantaggi retributivi e contributivi, senza avere l’obbligo di stabilizzare neppure in parte i vecchi apprendisti, come era sinora.

Si sancisce una sorta di lavoro “usa e getta” che mina la possibilità di organizzare la soggettività delle lavoratrici e dei lavoratori, si accelera il processo di sostituzione tra ciò che resta del lavoro stabile con lavoro precario e povero, senza che per altro si determino elementi di contrasto alla precarietà attraverso l’istituzione di strumenti di sostegno quali il reddito minimo

 

Accanto a questo l’intervento sull’Irpef – se sarà confermato – rappresenta il riconoscimento tardivo ma di un qualche impatto dell’avvitamento della crisi per la compressione dei consumi interni, per salari tra i più bassi d’Europa, per il crollo della capacità di consumo delle famiglie. L’innalzamento della tassazione sulle rendite finanziarie a livello europee – se sarà fatta- è un provvedimento corretto anche se la destinazione delle risorse alla riduzione neppure selettiva dell’Irap, continua ad identificare l’origine dei problemi della nostra struttura produttiva nel fisco, senza fare i conti con il fatto che – come per i salari – anche il costo complessivo del lavoro in Italia è tra i più bassi d’Europa.

 

Ma l’intervento annunciato non risolverà la crisi del paese, diversamente da quanto affermato da Renzi.

Da un lato il provvedimento sull’Irpef non compensa in nessun modo l’entità delle politiche restrittive deliberate nel corso degli ultimi anni i cui effetti continuano a dispiegarsi, dall’altro gli oltre 30 miliardi previsti per le privatizzazioni dal governo Letta e quelli sulla spending review di Cottarelli con i 35 miliardi di tagli al 2016, sono provvedimenti che annunciano entrambi un’ulteriore riduzione del perimetro pubblico. Nel primo caso facendo cassa su quel che resta dell’apparato produttivo anche in quei settori, dai trasporti all’energia, che sarebbero decisivi per un rilancio e una riconversione del sistema produttivo, nel secondo, se le poste restano quelle, con un ulteriore affondo su servizi e lavoro pubblico, già massacrati in questi anni.

L’intervento annunciato da Renzi oltre alla precarizzazione integrale dei rapporti di lavoro ha peraltro due fortissimi aspetti negativi.

Il primo riguarda le stesse politiche fiscali. Che nella situazione attuale non si ragioni neppure di un’imposta patrimoniale è inaccettabile. Ricordiamo che secondo gli stessi dati della Banca d’Italia, la disuguaglianza nel nostro paese, cresciuta durante la crisi, ha raggiunto livelli insostenibili: i dati disaggregati mostrano che l’1% ricchissimo delle famiglie (poco più di 240.000 unità familiari ) da solo detiene il 15% della ricchezza per un valore pari a 1292 miliardi di euro, mentre il 50% delle famiglie più povere cioè 12milioni e 230.000 famiglie non ne detiene che il 9,4% per un valore pari a 810 miliardi. Poco più di 600.000 persone possiedono un patrimonio pari ad una volta e mezzo quello di 31 milioni di persone.

Una patrimoniale progressiva a partire dai 700.000 euro potrebbe generare un gettito tra i 30 e i 35 miliardi, cioè molte risorse in più di Imu e Tasi, ma diversamente da queste colpendo solo il 10% più ricco della popolazione e segnatamente il 5% dei ricchissimi.

Si regalano invece nuove risorse alla proprietà immobiliare attraverso l’abbattimento della cedolare secca che avrebbe un senso se i benefici per il canone concordato andassero insieme all’eliminazione dei privilegi per chi affitta a canone libero.

Né è accettabile che dai benefici fiscali vengano esclusi i pensionati in essere, in un paese in cui 7 milioni e mezzo di persone ricevono pensioni inferiori ai 1000 euro mensili.

Neppure nei provvedimenti annunciati da Renzi c’è un piano per creare lavoro. Lo sblocco di risorse (già stanziate) per scuola e dissesto idrogeologico, potrà avere un qualche impatto ma sarà del tutto insufficiente in un paese in cui i disoccupati effettivi sono 6 milioni.