La sfida infinita per l’economia pubblica europea


Pubblicato il 9 lug 2014

di Felice R. Pizzuti, Roberto Romano – il manifesto

Il dibat­tito euro­peo sul Patto di Sta­bi­lità e Cre­scita, comin­cia a muo­vere i primi passi. Ieri si sono riu­niti i mini­stri dell’economia euro­pei con all’ordine del giorno le poli­ti­che della cre­scita, ma nei limiti dei trat­tati. Dun­que si pensa a qual­che fles­si­bi­lità nel per­corso di rien­tro dal defi­cit e dal debito in cam­bio di riforme strut­tu­rali e allo scor­poro dal cal­colo del defi­cit delle spese rela­tive al cofi­nan­zia­mento degli stati per i fondi strut­tu­rali. Per l’Italia si tratta di 80 mld di euro. All’orizzonte s’intravvede anche la pos­si­bi­lità di raf­for­zare le obbli­ga­zioni a pro­getto (euro­bond) di cui Junc­ker è stato un soste­ni­tore. Nel dibat­tito comin­ciano ad affac­ciarsi posi­zioni più euro­pei­ste. Roberto Gual­tieri, pre­si­dente della Com­mis­sione Affari Eco­no­mici del Par­la­mento euro­peo, ha sug­ge­rito la neces­sità di creare un bilan­cio pro­prio per la zona euro che potrebbe creare le con­di­zioni per una poli­tica eco­no­mica pub­blica euro­pea. Anche Ken­neth Rogoff, finora molto sen­si­bile alle esi­genze di risa­na­mento dei conti pub­blici, sot­to­li­nea la neces­sità di pre­fi­gu­rare una poli­tica eco­no­mica euro­pea bloc­cata da un ritardo poli­tico che pre­giu­dica l’uscita dalla crisi, men­tre la Bce di Dra­ghi più di tanto non può fare: «La Bce si tro­verà pre­sto a fare i conti con il fatto che riforme strut­tu­rali e rigore di bilan­cio sono una solu­zione tutt’altro che esau­stiva per i pro­blemi di inde­bi­ta­mento dell’Europa», men­tre i recenti sti­moli, la garan­zia espan­siva intro­dotta dalla Bce, pos­sono al mas­simo «con­tri­buire a finan­ziare sti­moli a breve ter­mine».

Secondo Rogoff è «dif­fi­cile imma­gi­nare che i Paesi euro­pei pos­sano evi­tare all’infinito di fare ricorso a tutti gli stru­menti per com­bat­tere il debito…». Le misure pro­po­ste sono quelle clas­si­che: «rine­go­zia­zione del debito, infla­zione e varie forme di tas­sa­zione della ric­chezza» (Il sole 24 ore, 9 luglio 2014)La pre­si­denza ita­liana potrebbe offrire un con­tri­buto ori­gi­nale se uscisse dalla logica dei deci­mali e dalla fles­si­bi­lità di bilan­cio (con­trat­tata) subor­di­nata alle riforme strut­tu­rali e richia­masse l’attenzione sulla «stu­pi­dità» dei trat­tati. Asso­ciare la riforma del Senato e delle Pro­vince alla fles­si­bi­lità di bilan­cio dà conto dell’insufficienza del governo. Nel pano­rama ita­liano si è inse­rita la pro­po­sta di refe­ren­dum per abo­lire la rigo­rosa appli­ca­zione del Fiscal com­pact decisa improv­vi­da­mente. I refe­ren­dum, indi­pen­den­te­mente dalla loro ammis­si­bi­lità costi­tu­zio­nale niente affatto certa, potreb­bero diven­tare un’utile occa­sione di dibat­tito sulla poli­tica eco­no­mica comu­ni­ta­ria e sulla neces­sa­ria ces­sione di sovra­nità.
Si tratta di isti­tuire i prin­cìpi, le norme e le regole dell’economia pub­blica euro­pea, cioè defi­nire l’insieme delle poli­ti­che di bilan­cio comu­ni­ta­rie con le quali indi­riz­zare il sistema eco­no­mico euro­peo verso obiet­tivi demo­cra­ti­ca­mente defi­niti. Sono prin­cipi coe­renti con una poli­tica eco­no­mica euro­pea che attual­mente non esi­ste. L’Europa, infatti, non pos­siede un bilan­cio auto­nomo e finan­ziato con entrate fiscali legate ad un’ampia base impo­ni­bile. Occor­re­rebbe uscire dalla logica angu­sta dell’eventuale fles­si­bi­liz­za­zione dei bilanci sta­tali nei limiti dei trat­tati per imboc­care la strada di una poli­tica eco­no­mica euro­pea fon­data su un bilan­cio finan­ziato da entrate auto­nome, eli­mi­nando i vin­coli del potere discre­zio­nale dei tra­sfe­ri­menti sta­tali.
Se la crisi è strut­tu­rale, occorre creare isti­tu­zioni ade­guate per tenere in equi­li­brio la domanda effet­tiva, ridu­cendo il man­cato impiego delle risorse pro­dut­tive a comin­ciare dalla disoc­cu­pa­zione. Per uscire dalla crisi, l’attenzione non dovrebbe con­cen­trarsi sulla fles­si­bi­lità di spesa degli stati che non atte­nua il rischio di lasciare intatte le diver­genze di strut­tura tra i paesi. È neces­sa­rio pen­sare ad un bilan­cio euro­peo molto più con­si­stente, ad esem­pio del 5% del Pil, finan­ziato con stru­menti come l’Iva e una tassa sulle tran­sa­zioni finan­zia­rie, e l’emissione di bond acqui­stati dalla Bce per soste­nere la cre­scita e gli inve­sti­menti neces­sari per Europa 2020. Si avvie­rebbe una pro­gram­ma­zione euro­pea sgan­ciata dalla logica inter­go­ver­na­tiva, valo­riz­zando il ruolo del par­la­mento (imma­gi­nate una finan­zia­ria euro­pea di un tri­lione di euro da discu­tere ogni anno, altro che la nostra legge di sta­bi­lità).
Spo­stare il dibat­tito euro­peo su que­sto piano evi­te­rebbe di lasciarlo impan­ta­nato nell’improbabile inter­pre­ta­zione di cosa siano la «auste­rità espan­siva» o la «fles­si­bi­lità rigorosa».

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