La bancarotta del risanamento


Pubblicato il 4 apr 2014

di Alberto Burgio – il manifesto

Ieri il mani­fe­sto ha pub­bli­cato gli ultimi dati Istat sulle pen­sioni, che hanno susci­tato il solito cor­teo di rea­zioni. Ci si indi­gna, si sper­giura che le pen­sioni que­sta volta «non si toccano».

Sta di fatto che sette milioni di pen­sio­nati (il che non di rado signi­fica sette milioni di fami­glie) cam­pano – si fa per dire – con meno di mille euro al mese, e che altri quat­tro milioni stanno sotto i 1500. Sol­tanto un terzo dei pen­sio­nati ita­liani supera que­sta soglia, che, se per un verso può appa­rire di per sé accet­ta­bile (la media degli sti­pendi ita­liani non ci arriva, nem­meno nel caso di dipen­denti maschi indi­geni, che gua­da­gnano il 20% in più delle donne e il 24% in più degli stra­nieri), per l’altro resta bas­sis­sima, dato il costo reale della vita, che cre­sce a ritmi soste­nuti nono­stante l’inflazione sia uffi­cial­mente pros­sima allo zero.

Si può cam­biare fin­ché si vuole la com­po­si­zione del paniere, si pos­sono anche con­si­de­rare nel modo dovuto i ser­vizi essen­ziali. Ma la miscela tra il taglio delle pen­sioni e il pro­gres­sivo sman­tel­la­mento del wel­fare a comin­ciare dalla sanità pub­blica sfugge al com­puto. Per non par­lare di quei ser­vizi che non sono mai di fatto entrati nel ser­vi­zio sani­ta­rio nazio­nale, come l’assistenza odon­to­ia­trica. Ser­vizi che con l’avanzare dell’età diven­tano vitali. Senza con­tare un’altra cosa, di cui troppo spesso non si parla.

C’è un’altra miscela, dav­vero esplo­siva. Quella tra pen­sioni e disoc­cu­pa­zione o sotto-occupazione. Quanti vec­chi ormai sono costretti a man­te­nere i gio­vani in Ita­lia, diret­ta­mente (i figli) o indi­ret­ta­mente (i nipoti) che non tro­vano lavoro o gua­da­gnano salari da fame? Si diceva prima degli sti­pendi medi ita­liani, infe­riori ai 1500 euro (in realtà, ai 1300). Ma «natu­ral­mente» i gio­vani pren­dono molto meno. La paga media di quei pochi che hanno la for­tuna di tro­vare un impiego sta­bile supera appena gli 800 euro, con pic­chi nega­tivi nel Sud, nel ter­zia­rio e, nuo­va­mente, per le donne. Senza con­tare la pra­te­ria del som­merso, che si espande a vista d’occhio, di pari passo con l’aumento della disoccupazione.

Que­sta è la verità, alla luce della quale si dovrebbe fare una buona volta un bilan­cio delle «riforme» delle pen­sioni, da Dini a oggi.

Cosid­dette riforme pro­mosse, guarda un po’, sem­pre da super-pensionati aurei in fla­grante con­flitto d’interessi. Che, nel nome della sicu­rezza dei conti pub­blici, si sono fatti sem­pre anche gli affari pro­pri e dei loro simili, senza bat­tere ciglio.

Tutto que­sto per quale ragione, con­si­de­rato che il bilan­cio dell’Inps al netto delle spese assi­sten­ziali non è mai stato in rosso? La rispo­sta è la solita. Siamo inde­bi­tati, biso­gna tagliare. Anzi «risa­nare». Allora non c’è ban­co­mat migliore delle pen­sioni, che sono una grossa fetta della spesa e vanno per­lo­più a cit­ta­dini con poco potere con­trat­tuale. Sono almeno vent’anni che si spac­ciano per pre­vi­sioni dia­grammi addo­me­sti­cati che mostrano come senza ridurre la spesa pen­sio­ni­stica lo Stato andrebbe in ban­ca­rotta. Il risul­tato è que­sto. Che in ban­ca­rotta ci siamo per dav­vero, e pro­prio gra­zie ai tagli e al «risanamento».

Ma sba­glie­rebbe chi pen­sasse che siamo in mano a una manica di incom­pe­tenti, a dilet­tanti allo sba­ra­glio. Non è così. Chi ci ha gover­nati in que­sto ven­ten­nio post-costituzionale e chi ancora oggi ci governa – non importa se di cen­tro­de­stra o di cen­tro­si­ni­stra – ha dimo­strato di sapere il fatto suo. C’è non sol­tanto del metodo, ma anche molta con­se­quen­zia­lità e coe­renza. Gra­zie al tanto cele­brato bipo­la­ri­smo, che in realtà è sol­tanto un cen­tra­li­smo mascherato.

Gram­sci in car­cere, quando cer­cava di capire come fun­zio­nava il cor­po­ra­ti­vi­smo fasci­sta al di là della fan­fara pseudo-fordista, si con­vinse che la sostanza della poli­tica eco­no­mica del regime con­si­steva nella pro­te­zione della ren­dita finan­zia­ria medio e financo piccolo-borghese, ma soprat­tutto «plu­to­cra­tica». Se guar­diamo alla recente sto­ria repub­bli­cana, la dia­gnosi man­tiene tutta la sua attualità.

Quando si parla di debito pub­blico, non si parla della gigan­te­sca eva­sione ed elu­sione fiscale. Quando si parla di eva­sione fiscale, magari per cri­ti­carne la repres­sione nel nome di un rea­li­smo eco­no­mico d’accatto, non si parla di debito pub­blico. E mai ci si sof­ferma sulle cause di un debito pri­vato par­ti­co­lar­mente con­te­nuto. Come se i vasi non comu­ni­cas­sero. Il risul­tato è che il debito viene impu­tato solo alla spesa e che l’unica sedi­cente poli­tica eco­no­mica con­si­ste nella sua ridu­zione e nell’aumento della pres­sione fiscale sui dipen­denti. Con le con­se­guenze rovi­nose che vediamo.

Siamo di gran lunga il paese più ini­quo e cor­rotto dell’Europa forte. Col record (oltre che dell’evasione fiscale) dei bassi salari, delle ore lavo­rate, delle disu­gua­glianze, della pre­ca­rietà. Non­ché quello che destina meno risorse al soste­gno del red­dito e alle misure di con­tra­sto della povertà. E che regala più soldi alle imprese pri­vate. Metà della capi­ta­liz­za­zione della Fiat, che nel frat­tempo se n’è andata dove più le con­viene, è fatta di capi­tale pubblico.

Come nell’altro ven­ten­nio, quando c’era Lui, piove sul bagnato. Chi ha già molto, accu­mula a spese dei mol­tis­simi che hanno sem­pre meno. La qual cosa è, oltre che ini­qua, anche irra­zio­nale. Non da un punto di vista bol­sce­vico, ma in un’ottica di buon governo «pro­gres­si­sta». Difatti stiamo rapi­da­mente sci­vo­lando verso la peri­fe­ria dell’Europa, per non dire tra le sue colo­nie interne.

Quanto all’iniquità, è diven­tata un tabù. Negli anni Ottanta, men­tre si pre­pa­rava l’eutanasia del Pci, si comin­ciò a par­lare di giu­sti­zia sociale in ter­mini diversi da quelli della tra­di­zione mar­xi­sta. Si smise di ragio­nare di classi e di con­flitti, e si assunse la pro­spet­tiva della filo­so­fia poli­tica anglo­sas­sone. Fu un’operazione a per­dere come si è visto, ma allora di giu­sti­zia almeno si par­lava. Oggi il tema è deru­bri­cato. Biso­gne­rebbe chie­dersi una buona volta per­ché. E doman­darsi se la giu­sti­zia sia un lusso per anime belle o un ingre­diente della demo­cra­zia. Se la Costi­tu­zione possa essere rispet­tata quando la giu­sti­zia sociale è cal­pe­stata. E se abbia senso defi­nirsi «rifor­mi­sti» (non par­liamo, per carità, di sini­stra) men­tre si con­tri­bui­sce alla sua liquidazione.