Genova, cinquantacinque anni fa


Pubblicato il 30 giu 2015

di Nando Mainardi*
Sono passati cinquantacinque anni da quel 30 giugno 1960, in cui a Genova – medaglia d’oro al valore militare per la Resistenza – una grande sollevazione popolare ed operaia impedì la celebrazione del congresso nazionale del Msi. Fu una reazione sia contro il tentativo esplicito di dare una nuova legittimazione al fascismo – la miccia che rese definitivamente esplosiva la situazione fu l’annuncio della partecipazione al congresso di Carlo Emanuele Basile, prefetto a Genova durante la Repubblica Sociale di Salò – sia contro il governo democristiano presieduto da Tambroni che – sostenuto in Parlamento dai parlamentari missini – puntava a ridurre drasticamente gli spazi della democrazia e a tradire brutalmente la Costituzione in chiave anticomunista e antioperaia. La sollevazione di Genova vide l’incontro di due generazioni: quelli che avevano fatto la Resistenza e i “ragazzi con le magliette a strisce”, giovani proletari cresciuti nella stagione reazionaria del centrismo. Da Genova partì un moto popolare di indignazione e di lotta che coinvolse gran parte del Paese, passò attraverso l’omicidio di undici lavoratori da parte delle forze dell’ordine (tra cui i “morti di Reggio Emilia”) e provocò la caduta di un governo distante anni luce dalla democrazia. I fatti di Genova ci propongono due costanti della storia del Paese nel dopoguerra. Da una parte la presenza di settori istituzionali, politici ed economici esplicitamente antitetici alla democrazia e alla ricerca di soluzioni autoritarie e fascistoidi, e dall’altra il movimento operaio, i comunisti a difesa delle conquiste della Resistenza e in lotta per l’attuazione della Costituzione. E’ esattamente il contrario di come in questi anni è stata raccontata la storia del Paese. Per questo ricordare non è soltanto ricordare. La memoria è politica.
* commissario Federazione Genova e componente della segreteria nazionale del Prc

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