AST di Terni: fallita la trattativa, riprende la lotta


Pubblicato il 10 ott 2014

Michele Vecchietti, segreteria provinciale PRC Terni –

 

Dopo il naufragio dell’incontro di Mercoledì, i lavoratori dell’AST hanno tirato rapidamente le somme di un mese di negoziati, scegliendo la strada per esprimere la propria rabbia ed organizzarsi contro una multinazionale giudicata ormai irrimediabilmente avversa ai loro interessi. La strada, perché di far entrare gli operai fuori turno in fabbrica per partecipare alle assemblee l’azienda non aveva affatto intenzione, nel timore forse di un’occupazione. In quelle stesse ore infatti la dirigenza annunciava la cessazione del contratto integrativo e l’avvio delle procedure di mobilità per 537 dipendenti. A mezzogiorno di giovedì, davanti alle portinerie di Viale Brin circa duemila persone si accalcano, discutono, decidono di dirigersi verso la Prefettura per informare le autorità che non risponderanno più di quanto avverrà nelle prossime ore. Dalla Prefettura parte un corteo spontaneo, diretto alla stazione, occupata per tutto il pomeriggio; nel frattempo gli operai di turno bloccavano le portinerie, in attesa del cambio di picchetto. Le buone notizie, da Roma, non se le aspetta più nessuno. Anche la proposta di cessare l’occupazione della stazione e di dirigersi verso il Comune viene rifiutata: “con loro non abbiamo nulla da dirci”, è la risposta spontanea.

 

Già, le istituzioni. Quella sera di mercoledì il Governo aveva visto bocciata, tanto da parte di Thyssen-Krupp quanto da parte dei sindacati, la proposta concertata con gli enti locali e la Regione Umbria di un nuovo accordo tra le parti, dopo quello del 4 settembre che aveva sancito la tregua di un mese. Ma se allora la decisione era stata quella del ritiro da parte dell’azienda del suo piano industriale (556 esuberi, chiusura di uno dei due forni elettrici e “verifica” del mantenimento del secondo tra tre anni, taglio del contratto integrativo), la nuova mediazione riportava nero su bianco le più fosche previsioni dell’inizio della vertenza: esubero di 290 lavoratori e taglio del contratto integrativo, a fronte della promessa da parte del Ministero della riduzione dei costi energetici e dell’impegno da parte dell’azienda a 100 milioni di euro di investimenti in 4 anni ed al mantenimento dei livelli produttivi degli ultimi tre anni, già in precedenza giudicati da tutti insufficienti per garantire l’equilibrio economico.

 

Qualche giorno prima da parte dell’Amministratice delegata di AST, Lucia Morselli, era stata avanzata la proposta di ridurre il numero degli esuberi a quella cifra, mettendo anche sul piatto 80 mila euro di incentivo individuale alla fuoriuscita volontaria dal lavoro, lasciando nella sostanza inalterate tanto le previsioni sulla riduzione dei costi, quanto quelle sulle attività produttive.

 

Il sospetto che il Governo abbia tentato in ogni modo di chiudere i giochi in concomitanza con l’approvazione del nuovo Job Act al Senato e di usare l’intera vicenda come vetrina del “cambio di verso” è forte, come pure forte è il rischio che l’azienda, consapevole invece della debolezza dell’esecutivo nell’articolare una controproposta sul piano industriale, abbia deciso di dire no alla soluzione governativa per poi ripresentarsi al tavolo da una posizione di maggiore forza, con le lettere di licenziamento già spedite e la fine del contratto integrativo. A quel punto sarebbe difficile prevedere cosa potrebbe succedere nel fronte sindacale, finora tenuto compatto dalla risolutezza della FIOM nel rifiutare ogni ipotesi di ridimensionamento produttivo ed occupazionale.

 

Il Governo rivendica ostinatamente la sua iniziativa, per la quale si era mosso anche il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Delrio; il Ministro Guidi in una nota arriva addirittura a lamentarsi dell’intransigenza e dell’unilateralismo delle parti, nella speranza malcelata di intimorire i sindacati e di indurli a ritornare sui propri passi. Di intimorire l’azienda, ormai, non si ha più l’ambizione, e forse non c’è mai stata nemmeno la volontà di farlo. Non a caso dei tre punti da affrontare nelle trattative – piano industriale, riduzione dei costi, livelli occupazionali – si è sempre partiti da quest’ultimo, lasciando puntualmente la palla in mano a Thyssen-Krupp.

 

Eppure le controproposte ci sono; come quelle avanzate dai sindacati sul costo dell’energia e sull’approvvigionamento di materie prime, che facevano salvi i livelli produttivi ed occupazionali e imputavano all’azienda, forse con troppo ritardo, le inefficienze nella gestione delle produzioni, nelle forniture, nella strategia commerciale. Come a dire che Thyssen-Krupp, di risanare l’AST, non aveva più intenzione sin dai tempi dell’uscita dal settore dell’acciaio inossidabile, con la creazione del ramo d’azienda Inoxum e la sua successiva vendita alla multinazionale Outokumpu nel 2012. Un’operazione bloccata dall’Antitrust europeo e finita con il ritorno della sola AST nelle mani di Thyssen-Krupp.

 

È dalle controproposte dei sindacati che adesso ripartono i lavoratori, avendo dalla loro solo la forza della mobilitazione e la volontà di indirizzarla decisamente contro l’azienda. Come ciò avverrà è la questione di cui in queste ore si discute, ben sapendo che si è alle prese con la partita della vita. La vera incognita è se città, dopo anni di crisi, sia ancora in grado di identificarsi con la fabbrica che ha dato vita, 130 anni fa, alla sua storia industriale; se lo sia la punto da riprendersi l’AST e di passare dal blocco delle portinerie all’occupazione della fabbrica, dando realtà alle parole espresse da Landini proprio rispetto a Terni.

 

Thyssen-Krupp da parte sua tira dritto: oggi, dopo la fine alle ore 12 dello sciopero di fabbrica e la decisione delle nuove modalità alle modalità di astensione dal lavoro disposte dai sindacati, l’azienda non ha fatto entrare al lavoro 8 operai, che hanno appreso la notizia grazie ad un avviso – con tanto di nomi, cognomi e numero di matricola – appeso sulla portineria di Viale Brin. Ragioni “oggettive e tecniche”, recita la motivazione addotta.

 

Dopo la cancellazione delle norme sul reintegro dei lavoratori per licenziamenti economici e disciplinari approvata dal Senato proprio in quella fatidica notte di mercoledì, la vertenza AST si va configurando come un duplice banco di prova; per il Governo, il cui nuovo Job Act rischia di trovare adesso il primo, disastroso ambito di applicazione, e per le forze del lavoro, lasciate sole di fronte allo strapotere delle multinazionali e consapevoli che le soluzioni, invece di provenire dalle Istituzioni, bisogna trovarsele da sé per poi imporle. Alla scelta se occupare o meno la fabbrica infatti si lega adesso un’altra questione: quella della sua ripubblicizzazione

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